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Nov 03 2011

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Il Canavese in Liguria

Protezione Civile e Aib in aiuto alle popolazioni dei Comuni di Brugnato e Borghetto Vara

In prima fila anche il nostro Canavese. Con gli uomini dei vari gruppi appartenenti al Coordinamento Provinciale della Protezione Civile e con le squadre Anti Incendi Boschivi, gli Aib.

L’odore che si sente è sempre quello, fango mischiato a gasolio e benzina. Per me la prima volta è stato nel ’93; era fortissimo ad Alessandria nel ’94; e poi nel 2000 in Canavese. Oggi è la Liguria.
Alluvioni che cambiano i paesi, li distruggono; distruggono le case e con loro le vite dei residenti.
Sono estese come nel 1994 in Piemonte, tanto estese da mettere in ginocchio una intera regione e coinvolgere tutte le province. Sono circoscritte come in Liguria in cui pochi paesi sono stati coinvolti, ma con effetti devastanti; effetti provocati da pochi corsi d’acqua di cui nessuno sapeva nemmeno dell’esistenza. Altro che il Po, la Dora Baltea, il Tanaro.
Questa volta sono il Vara e il Pogliaschino ad avere invaso tutto e a confondere il letto del fiume con le vie dei paesi: Brugnato e soprattutto Borghetto Vara, in provincia di La Spezia.
A fianco di tragedie di questa portata, negli anni è nata e cresciuta la macchina organizzativa della Protezione Civile. Dal ’94 in avanti le province del basso Piemonte, Alessandria e Cuneo in testa, sono all’avanguardia in Regione. Dal 2000 lo è anche la Provincia di Torino. È stato così anche in altre Regioni, come in Abruzzo dopo il terremoto. Non stiamo parlando della Protezione Civile che fa capo al Dipartimento a Roma. Quella esisteva da tempo, dagli anni ’70, quando l’allora Ministro Zamberletti ottenne una delega precisa dal Governo Andreotti. Furono gli anni della gestione delle emergenze dei terremoti in Friuli nel 1976 e in Irpinia nel 1980. Parliamo invece di quell’esercito di volontari che nel tempo è cresciuto nella forza e nei numeri.
Un esercito pronto a muoversi in caso di necessità. Come in Liguria in questi giorni.
In prima fila anche il nostro Canavese. Come sempre accade. Con gli uomini dei vari gruppi appartenenti al Coordinamento Provinciale della Protezione Civile guidato da Umberto Ciancetta e come gli uomini delle squadre Anti Incendio Boschivi, gli Aib. Li incontreremo in giornata: arrivano da Vidracco, Rueglio, Prascorsano; e da altri paesi ancora.
L’alluvione è passata martedì 25 ottobre e ha distrutto tutto quello che incontrava. Ha portato via delle vite, altre le ha turbate per sempre
Occorre forza per reagire. Non solo per spalare, svuotare casa e buttare via tutto; occorre forza per ricominciare. Per non lasciarsi andare alla corrente che ha fatto sparire delle auto in un secondo, come se fossero di carta, e che in pochi minuti ha trasformato interi paesi in discariche. Occorre forza per non buttare anche la propria vita in quella discarica che era il tuo comune, il tuo ambiente famigliare, la tua vita ad un passo dal mare.
I racconti di questi giorni sono devastanti come quello di una donna salvata da un uomo che aveva appena perso la propria moglie trascinata via dall’acqua. Lui ora non vuole più vivere. Lei, prima di essere salvata, voleva lasciarsi morire.
In questo scenario hanno lavorato e stanno lavorando i volontari della Protezione Civile. Un contesto delicato dove soprattutto conta l’organizzazione, anche per dare un senso al lavoro di chi oggi ha perso tutto e non si vuole rassegnare.
BRUGNATO
Arriviamo a Brugnato domenica mattina, cinque giorni dopo l’alluvione.
«Adesso va ancora bene perché subito dopo l’alluvione era davvero un disastro» ripetono diverse persone.
Il disastro c’è davvero ed i segni, dopo cinque giorni di pulizia sono evidentissimi. Ma il lavoro è ancora molto. A Brugnato c’è un continuo via vai di auto. Per lo più dei soccorritori, ma ci sono anche imprese private. La strada principale è praticamente bloccata dall’andirivieni confuso, segno che il coordinamento delle operazioni non esiste. La squadra del Coordinamento provinciale di Torino conta 12 persone: quattro volontari della Fenice di Favria, due del Gruppo comunale di Favria, due del Comunale di Rivarossa e due di Venaria. Devono dare il cambio ad una squadra di Verbania, operativa da giovedì. Cerchi un coordinamento e non lo trovi, capiti al Centro dei Vigili del Fuoco e capisci che lavorano da soli. Gli Aib hanno un loro coordinamento. Il COC, Centro Operativo Comunale, che dovrebbe svolgere quelle funzioni, non dà informazioni su dove e come impegnare i volontari.
Alla fine è il coordinatore del Gruppo di Verbania a spiegarci: «Non esiste un vero e proprio centro, chi arriva qui si trova i lavori da fare e li fa. Poi alle 6 del pomeriggio si fa una riunione per capire le emergenze.» Insomma “ognuno per sé e Dio per tutti”, come direbbe un vecchio proverbio.
È per questo che è nata la Protezione Civile? Per questa organizzazione lavorano i volontari? Una organizzazione simile è quella descritta nei tanti incontri organizzati per migliorare l’efficienza della macchina organizzativa?
Abbiamo ancora in mente quanto successo in Abruzzo, quando ogni centro colpito dal terremoto venne “adottato” da un ente o da una struttura: la Regione Piemonte si occupò di Barisciano, la Provincia di Torino di Santo Stefano di. Sessanio, Calascio e Castelvecchio, la Croce Rossa dell’Aquila. Per fare alcuni esempi. Nonostante le difficoltà in pochi giorni venne organizzato uno o più campi, vennero coordinati gli interventi, arrivarono i servizi necessari perché c’era un responsabile alla guida dell’intervento. Di settimana in settimana i responsabili cambiavano ed ai nuovi venivano date le consegne. Un lavoro organizzato che è proseguito per mesi. Pensavamo fosse diventato un modello a cui ispirarsi.
Dopo avere inutilmente cercato di capire cosa fare e dove farlo, ai volontari viene segnalata la cantina di una trattoria ancora piena d’acqua. Abbiamo le pompe e possiamo intervenire.
Il tempo di trasferire il materiale ed un paio di altri gruppi, autonomi l’uno dall’altro, arrivano nello stesso locale per lo stesso intervento.
È la proprietaria dell’attività a confermarci come il Comune faccia fatica ad organizzarsi. Anche lei ha un modello: «Decidere di intervenire casa per casa ripulendo e consentendo a chi ha “risolto” il suo problema di andare ad aiutare gli altri.» Anche questo potrebbe essere un metodo, nemmeno difficile da attuare, soprattutto in un paese come Brugnato, che conta poco meno di 1300 anime.
Intanto le macchine vanno avanti e indietro e portano le insegne delle associazioni di volontariato tutto il nord Italia. Dove dormono e dove mangino i volontari? «Per mangiare non c’è problema: ci sono due mense allestite; dormire si dorme nella palestra, ma non si sa se questa sera sarà ancora possibile o se verrà chiusa.» Dormiranno, i volontari, in una palestra ad una ventina di chilometri di distanza. E dire che in caso di emergenza si è sempre sostenuto che le auto devono essere utilizzate il meno possibile.
«Forse è questo il vero senso del Volontariato» mi dice in una battuta Umberto Ciancetta. Ma non ci crede nemmeno lui. È questo perché il Volontario per sua natura è portato ad intervenire; non è questo perché, senza un’organizzazione, si sente inutile. Si sente come quei volontari di Favria e Rivarossa che andati alla mensa con le loro tute pulite, perchè non si capiva cosa fargli fare, sono tornati indietro «perché tutti gli altri erano pieni di fango»: un pudore che altri non avrebbero avuto, un problema che altri non si sarebbero posto.

Arriviamo a Borghetto Vara; in paragone il paese di Brugnato, che ci appariva pochi minuti prima un disastro, sembra un paradiso

BORGHETTO VARA
Lasciamo Brugnato per dirigerci a 5 chilometri di distanza, a Borghetto di Vara. Tra Brugnato e Borghetto c’è proprio il fiume Vara.
Il paese è messo peggio di Brugnato, ma almeno l’organizzazione è migliore. A Borghetto nella caserma della Forestale è stato anche istituito il Com, il Centro Operativo Misto, che ha il compito di seguire gli interventi e di coordinare. Poche le auto ed i camion che girano e alcuni volontari fanno servizio d’ordine per regolare il traffico.
Qui è il torrente Pogliaschina, che divide il paese, ad essere esondato. Sotto il ponte sono ancora ammassati i resti dei tronchi che hanno tappato il passaggio delle acque ed hanno fatto fuoriuscire il corso d’acqua.
A paragone il paese di Brugnato, che ci appariva pochi minuti prima un disastro, sembra un paradiso. A Borghetto operano anche i mezzi del coordinamento di Torino. Continui viaggi, da giorni, per portare via fango e detriti.
La via centrale, che porta alla Chiesa di San Carlo Borromeo, è sconvolta. Al piano terra delle  abitazioni e dei negozi non resta più nulla. Nella via c’è anche il Comune e proprio davanti la tenda degli Alpini che funziona come servizio mensa.
Qui non c’è stata solamente distruzione, ma anche tragedia: l’esondazione ha provocato la morte di 6 persone. E sono 990 gli abitanti del paese. L’ultimo corpo è stato ritrovato, sommerso dal fango, dai volontari del Coordinamento di Novara.
Altissimi i danni, quantificati dal Sindaco, alle abitazioni, alle attività commerciali, ai collegamenti stradali e agli impianti elettrici, idrici e gas: oltre 50 milioni di euro.
Molte auto sono ancora piantate nei giardini di casa; altre si vedono ancora fuori Borghetto, sulle rive del torrente.
Qui, come a Brugnato,  i giovani del posto lavorano: ragazzi e ragazze armati di pala impegnati a rimettere a posto i pezzi dei paesi.
Il fango, nella parte alta del paese, sulla via Aurelia, arriva ancora alle caviglie, non c’è illuminazione pubblica e con l’imbrunire tutto si ferma: i volontari lavorano dalle 7.30 del mattino fino a che c’è luce.
Ce ne vorranno ancora di giornate per ridare al paese una forma appena presentabile. Le tracce rimarranno sempre: nel paese e nel cuore della gente. Per la distruzione, per la morte, per quel senso di impotenza di fronte alla massa di acqua e fango che ti inonda, per quella vita che deve ricominciare e che va avanti, anche se non hai la forza di farla girare.
Oggi che si pulisce è difficile. Domani sarà ancora peggio, perché rimarranno negli occhi e nella mente quelle ore in cui cielo e terra erano la stessa cosa: pioveva acqua e fango e portava via delle vite.

Mario Damasio

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