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Mar 14 2013

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Corri veloce incontro alla prevenzione: il nostro testimonial Livio Berruti, Campione Olimpico dei 200 metri piani a Roma 1960

TORINO  –  «Preferisco il vino alla birra; con difficoltà mangio i cetrioli crudi, ma per il resto mi piace tutto; l’ascensore la sostituisco con le scale, amo invece le lunghe camminate, e se da un lato ritengo che l’agilità fisica sia estremamente importante, dall’altro credo che determinante sia quella psichica, l’essere cioè sempre curioso. Fino a che si è curiosi, si rimane giovani, ma quando si perde la voglia di sapere, e quindi di conoscere, credo si diventi vecchi.»
È una filosofia di vita quella di Livio Berruti, campione olimpico dei 200 metri piani alle XVII Olimpiadi di Roma del 1960. Una vita semplice, la sua; una vita come tante altre, fatta di studio e sport quando era ragazzo, con la passione per il tennis e per l’atletica leggera, in particolare per il salto in alto; ma non fu quella disciplina a regalargli la medaglia d’oro. Nel giro di poco, infatti, mostrò di essere tra i migliori velocisti d’Italia. A soli 18 anni (1957), Livio Berruti eguagliò il record italiano dei 100 metri (10”4) stabilito da Orazio Mariani nel 1938, e da quel risultato tutto fu una corsa velocissima. Nel 1958 il tempo di 10”3 vale a Berruti il primato mondiale juniores, poi migliora il record italiano dei 200 metri portandolo a 20”8 (Malmoe – Svezia); a Duisburg supera nei 100 metri il grande Hary; nei 200 batte il francese Abduol Seye, che deteneva il miglior tempo europeo. Nel maggio del 1960 a Verona corre i 100 metri in 10”2 stabilendo così il nuovo primato italiano; a Londra viene sconfitto da Radford sulla stessa distanza mentre a Varsavia conferma i 20”7 nei 200. Si avvicinano le Olimpiadi quando il suo allenatore Aristide Facchini lo convinse a puntare solo sui 200 metri.
Allora aveva 21 anni e tutti lo ricordano nella sua vittoria. Berruti fu infatti il primo atleta italiano a gareggiare e vincere una finale olimpica. Un fisico gracile, ma dalla potenza enorme. Berruti certo gioca in casa, ma ha da battere grandi nomi come gli statunitensi Norton, Johnson e Carney, accanto agli europei Radford e Seye. È quest’ultimo a dominare la prima semifinale; nella seconda ai blocchi di partenza accanto a Berruti ci sono Norton, Johnson, e Radford, ma è lui a dominare la corsa che termina con il risultato di 20”5, eguagliando quindi il record mondiale. In finale torna ad essere vincitore tagliando per primo il traguardo. Berruti si ritirò dalla carriera agonistica nel 1969, dopo aver partecipato anche alle Olimpiadi nel 1964 e nel 1968 dove raggiunse le finali con la staffetta 4×100 m. Sempre nel ’64 si classificò quinto nella finale dei 200. Problemi ai tendini lo portarono alla decisione di abbandonare le gare. È stato tedoforo alle Olimpiadi invernali di Torino  2006. Oggi, 74 anni, Livio Berruti, continua a mantenersi in forma con il tennis, ma ha leggermente ridotto la sua attività fisica a causa di  qualche problema al ginocchio, e se gli si domanda come è cambiato lo sport, lui risponde: «È cambiato molto. Siamo passati dall’epoca veramente dilettantistica, dove non si parlava  di soldi, all’epoca attuale in cui è tutto è professionistico; siamo passati dall’improvvisazione, da un momento di libertà, ad un momento di lavoro ben retribuito se sei ai vertici; altrimenti si fa tanta fatica per niente.
Prima si faceva sport per passione vera e non si arrivava all’esasperazione degli allenamenti e delle prestazioni di oggi; lo stimolo che si aveva era soprattutto psicologico e non monetario e questo permetteva di essere meno accanito nella ricerca del risultato. Ed una grossa fortuna: non essendoci giro economico, non c’era interesse ad assumere sostanze per riuscire a vincere a tutti i costi. Il potere del doping per poter migliorare i propri risultati. L’industria farmaceutica è stata stimolata a ricercare queste sostanze per riuscire ad avere un mercato “parallelo” di consumo di sostanze che non possono essere usate nell’attività agonistica sportiva.» Oggi Livio Berruti si è fatto portavoce dello sport pulito, incontrando i giovani nelle scuole: un concetto difficile da far passare: «È un problema soprattutto di natura etica. Quando vedi che se vinci a certi livelli guadagni bene, sei portato a non smettere perchè la bramosia del guadagno è devastante. Questo si innesta in un discorso più ampio; nel passato il doping era visto in maniera totalmente negativa, sia a livello famigliare che scolastico, e di organizzazione sportiva. Chi si dopava era guardato male. Adesso invece sono gli stessi genitori che a volte che spingono all’utilizzo di sostanze anche non lecite purchè il figlio vinca scaricando su di lui le loro frustrazioni e la loro ricerca assoluta di guadagno e di sistemazione della propria vita.»
Mario Damasio

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